Cosa succede al TFR quando entra in un fondo pensione
Il TFR può restare in azienda o andare a un fondo pensione. Dal 1° luglio 2026 per molti nuovi assunti la seconda strada è quella predefinita. Che cosa cambia, in concreto, per chi versa.
Il trattamento di fine rapporto è una somma che matura con la retribuzione senza che il lavoratore la veda in busta paga: ogni anno si accantona la retribuzione annua divisa per 13,5, cioè poco meno di una mensilità, che viene rivalutata e pagata quando il rapporto di lavoro finisce. Da quasi vent'anni esiste un'alternativa al lasciarlo in azienda, cioè versarlo a un fondo pensione. Nel 2026 la scelta è diventata più concreta per molti, perché per i nuovi assunti del settore privato il fondo pensione è ora l'opzione predefinita.
Questo articolo spiega come funziona la previdenza complementare, che cosa succede al TFR quando entra in un fondo e come vengono tassati versamenti e prestazioni. Non è un invito ad aderire: è una scelta personale, che dipende dall'età, dal lavoro e dagli altri risparmi.
Tre tipi di fondo, una stessa logica
Le forme di previdenza complementare sono di tre tipi. I fondi negoziali, o contrattuali, nascono dai contratti collettivi di categoria e sono riservati ai lavoratori di quel settore. I fondi aperti sono istituiti da banche, assicurazioni e società di gestione e accettano adesioni individuali o collettive. I piani individuali pensionistici, detti PIP, sono contratti assicurativi a cui si aderisce singolarmente.
La logica è la stessa per tutti: si versano contributi per molti anni, il fondo li investe secondo la linea scelta e alla pensione restituisce il capitale accumulato, in parte o tutto sotto forma di rendita. Il Ministero del Lavoro ricorda che i fondi negoziali hanno costi di gestione generalmente più contenuti; per confrontare i costi di qualsiasi forma c'è l'indicatore sintetico dei costi (ISC) pubblicato dalla COVIP, l'autorità di vigilanza del settore.
Che cosa cambia dal 1° luglio 2026
La legge di bilancio 2026 ha introdotto l'adesione automatica per i lavoratori dipendenti del settore privato alla loro prima assunzione, esclusi i lavoratori domestici. Il TFR e i contributi vanno al fondo negoziale previsto dal contratto collettivo; se ce n'è più d'uno, a quello con più iscritti in azienda. In mancanza di un fondo di riferimento, il TFR va a una forma residuale individuata dalla legge.
Il lavoratore può rinunciare entro 60 giorni dall'assunzione, scegliendo un'altra forma pensionistica oppure lasciando il TFR in azienda secondo le regole del codice civile. La rinuncia si può revocare in seguito. I contributi versati senza una scelta esplicita confluiscono in linee «a ciclo di vita», che riducono il rischio man mano che ci si avvicina alla pensione.
Chi era già al lavoro prima di questa data non viene iscritto d'ufficio, ma può aderire quando vuole. Vale per tutti una regola da conoscere: la scelta di destinare il TFR a un fondo pensione non si può annullare, mentre quella di lasciarlo in azienda si può cambiare.
Il contributo del datore di lavoro
Oltre al TFR, molti contratti collettivi prevedono un contributo a carico dell'azienda, che spetta però solo se anche il lavoratore versa un proprio contributo minimo. Chi aderisce conferendo soltanto il TFR non ha obblighi di contribuzione, ma rinuncia a quella quota. Per chi ha una retribuzione annua lorda inferiore all'importo dell'assegno sociale il contributo personale non è obbligatorio.
Il contributo del datore di lavoro va al fondo scelto dal lavoratore, ed è uno degli elementi che nei confronti tra TFR in azienda e TFR nel fondo pesa di più.
I versamenti e la deduzione fino a 5.300 euro
Dal periodo d'imposta 2026 i contributi alla previdenza complementare sono deducibili dal reddito fino a 5.300 euro l'anno; in precedenza il limite era di 5.164,57 euro. Nel tetto rientrano anche i contributi del datore di lavoro, mentre il TFR conferito non conta. Chi ha iniziato a lavorare di recente ha un margine aggiuntivo previsto dalla legge per recuperare gli anni con versamenti bassi.
Dedurre significa ridurre il reddito su cui si calcola l'IRPEF. Il beneficio dipende quindi dall'aliquota più alta che si paga, come mostra l'esempio.
| Reddito imponibile | Aliquota marginale | Minore imposta |
|---|---|---|
| fino a 28.000 € | 23% | 460 € |
| da 28.000 a 50.000 € | 33% | 660 € |
| oltre 50.000 € | 43% | 860 € |
Come sono tassati i rendimenti e le prestazioni
Durante gli anni di accumulo il fondo paga un'imposta del 20 per cento sui rendimenti, ridotta al 12,5 per cento per la parte che deriva da titoli di Stato. L'imposta viene trattenuta dal fondo, senza adempimenti per l'iscritto.
Quando si riceve la prestazione, la parte formata da contributi dedotti è tassata al 15 per cento, con una riduzione di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9 per cento.
Anticipazioni, capitale e rendita
I soldi nel fondo non sono del tutto bloccati. Con le regole in vigore nel 2026 si può chiedere un'anticipazione:
- fino al 75 per cento in qualsiasi momento, per spese sanitarie gravi proprie, del coniuge o dei figli, tassata come la prestazione (dal 15 al 9 per cento);
- fino al 75 per cento dopo otto anni di iscrizione, per comprare o ristrutturare la prima casa propria o dei figli, tassata al 23 per cento;
- fino al 30 per cento dopo otto anni, per altre esigenze, anch'essa tassata al 23 per cento.
Alla pensione, la prestazione si riceve di norma per almeno metà come rendita: in capitale si può prendere al massimo il 50 per cento di quanto accumulato. La legge di bilancio aveva alzato il limite al 60 per cento, ma un decreto successivo, convertito nel giugno 2026, l'ha riportato al 50. Se la rendita risultante sarebbe molto bassa, la legge consente di prendere tutto in capitale. Dal 31 ottobre 2026 è prevista anche l'erogazione frazionata, in rate distribuite su almeno cinque anni.
Chi smette di lavorare qualche anno prima della pensione di vecchiaia può chiedere la RITA, la rendita integrativa temporanea anticipata, se ha almeno vent'anni di contributi obbligatori e gli mancano non più di cinque anni all'età di vecchiaia, oppure dieci se è inoccupato da oltre due anni. Quale sia oggi quell'età è spiegato in perché nel 2027 servirà un mese in più.
A chi interessa e che cosa controllare
La domanda riguarda chi viene assunto per la prima volta, chi cambia lavoro e chi, a metà carriera, si chiede se la pensione pubblica basterà. Per farsi un'idea della propria posizione conviene partire dall'estratto conto contributivo dell'INPS.
- Il contratto collettivo prevede un fondo negoziale e un contributo del datore di lavoro?
- Qual è l'ISC del fondo, sui diversi orizzonti di tempo, rispetto ad alternative simili?
- La linea di investimento è coerente con gli anni che mancano alla pensione?
- I versamenti personali restano sotto il limite di deducibilità di 5.300 euro?
- Il fondo ha i nominativi aggiornati dei beneficiari in caso di decesso?
In sintesi
Un fondo pensione trasforma il TFR, ed eventualmente un contributo personale e uno dell'azienda, in un risparmio investito a lungo termine, con una fiscalità più leggera all'ingresso e all'uscita. In cambio, quei soldi restano vincolati fino alla pensione, salvo le anticipazioni previste. Valutare costi, contributo del datore e orizzonte temporale è più utile di qualsiasi rendimento passato.
Fonti ufficiali
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